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24 ottobre 2008

Vicky Cristina Barcelona



Vacanze spagnole per due amiche americane: una Melinda bionda impulsiva in amore (la Johansson, sempre brava) e una Melinda bruna fidanzata e razionale (Rebecca Hall, già con lei in “The Prestige”). Quando alla loro mensa compare il sexy pittore Javier Bardem, che senza preamboli le invita a Oviedo e a letto, la prima freme, ma i brividi caldi toccano alla seconda. Ricomposte le giuste convivenze, fa irruzione il pepe loco di Penélope Cruz, ex moglie troppo a(r)mata. Poi nuove fughe e tentazioni (anche lesbo), mentre il blabla fuori campo apparecchia bollite teorie della passione e la macchina da presa si dedica al bigino catalano. Il micidiale cineturismo di Woody Allen lascia Londra per Barcellona dove le maestranze costano meno. Uno sconticino e dai che, pur di far cassa senza più uno straccio d’idea, colui che fu un Autore ci porta Scarlett a Pavia in un’operina con Boldi. Stavolta niente delitti&castighi, il tocco europeo tarocco lo danno echi di Schiller (<Conosce l’amore solo chi ama non ricambiato>) e di Montale (<Solo questo so: ciò che non voglio>). Noiosissima giostra senza humour. Dopo un decennio di patacche (“Match Point su tutte”), ci si decida a proclamare il regista di “Manhattan” e “Crimini e misfatti” deceduto nel 1999.

e dunque: REQUIEM PER WOODY ALLEN

Allan Stewart Köninsberg (vero nome di Woody Allen) nacque a Brooklyn il 5 dicembre 1935, da una famiglia ebrea originaria dell’est europeo. Da cui la sua ficcante comicità: l’inadeguatezza elevata a potenza ironica, la cultura sprofondata in gustosi abissi di psicanalisi. Battutista fin dai banchi di scuola, passò per cabaret, radio, teatro, giornali e tv. Dal debuttò come regista (1966) inanellò decine di film e svariati capolavori. Qualche titolo: Manhattan, Io e Annie, Hanna e le sue sorelle, Crimini e misfatti. Ebbe una moglie che lo denunciò per ‘diffamazione nelle barzellette’ e due celebri muse/compagne: Diane Keaton e Mia Farrow fino alla clamorosa relazione con la figlia adottiva di lei (coronata da matrimonio veneziano). Woody Allen sparì nel 1999 senza darne annuncio e fu la sua gag più riuscita. Da allora un tristo omino che ne replica le fattezze, sforna un film all’anno facendo bollito cineturismo tra capitali e autori europei. Costui si è preso come musa Scarlett Johansson, ma non la concupisce (Woody non avrebbe esitato). Non strappa una risata, annoia. La sua più recente patacca è Vicky Cristina Barcelona.

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permalink | inviato da annie il 24/10/2008 alle 17:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa

22 settembre 2008

Il papà di Giovanna



Vittima della ‘sindrome di Woody Allen’, che spinge i registi a credere di avere abbastanza idee per sfornare un film all’anno, Pupi Avati ri-ri-ritorna nell’adorata Bologna anni ‘30: piccolo mondo antico dove ci si scalda mani e cuore col carbone e un omino del sud può congedarsi con un casto bacio dalla moglie troppo bella (Francesca Neri) e consegnarla al migliore amico. Ci sarebbero i molesti boia-chi-molla urlati ai funerali, ma la poetica di Avati guarda da sempre ad altre ostinazioni: quelle d’amore. A scuola, una ragazza altolocata è uccisa dall’amica in trance passionale per un compagno. E’ Alba Rohrwacher: il premio che Venezia doveva dare. Invece, con palese scippo a Mickey Rourke, ha incoronato il suo babbo, il buon Silvio Orlando che le resta accanto negli inferi della nevrosi. E oltre ancora, quando la storia si perde in Storia e smarrisce il passo. Consueti ruoli/regalo di Natale avatiano a Ezio Greggio e Serena Grandi, coniugi legnosi. Siamo già stati in struggente gita scolastica con l’arcano incantatore dell’Appennino e abbiamo già amato in Delle Piane un prof che balbetta inadeguatezza e non lascia posto a imitazioni. Abbiamo quel bel ricordo a cui ancorare l’affetto. Avati non insista, il suo cuore oggi può andare altrove.

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30 luglio 2008

Into the wild



La vera avventura del 23enne Chris McCandless che, in odio alle regole imposte dalla società, nel 1992, fresco di laurea e di ribellismo anarchico, si liberò di ogni avere e della famiglia, ipocrita senza scampo (una volta si diceva: borghese) e addolorata a posteriori: babbo dispotico William Hurt, mamma cotonata Marcia Gay Harden. Intraprese un instancabile viaggio on the road attraverso gli States e verso l’agognata Alaska. Caccia all’alce (con pentimento), mietitrebbie, piante velenose, in kayak sulle rapide, pugni notturni sui vagoni, campi nudisti, varia umanità del deserto. Incontri che lasciano il segno ma non frenano un anelito di solitudine che si ribalterà nel finale: il bracciante/furfante Vince Vaughn, la splendidamente screpolata post-hippy Catherine Keener, una conquista troppo giovane, un vecchio ex soldato che vorrebbe adottarlo (Hal Holbrook, sensazionale caratterista 82enne candidato all’Oscar). Dal libro di Jon Krakuer (Corbaccio), Sean Penn trae un film intenso, ispirato dall’anima e da Jack London, politico senza sbavature ideologiche. Faticoso, molto faticoso, così che la marcia sia condivisa. Musicato con foga libertaria. Emilie Hirsch scala il ruolo della vita fino a uno dei più struggenti tramonti umani mai visti al cinema.

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Sarà, ma io raramente mi sono irritata tanto guardando un film...

11 luglio 2008

In amore niente regole



C’era un volta il football americano (1925). Accozzaglia di briosi energumeni sottratti a miniere, campagne, ring sfondati e palestre di college, che si fronteggiavano senza regole (né pubblico). Hobby fangoso che stentava a farsi sport. Gli sponsor se la davano presto a gambe, i patron costringevano i giocatori a farsi la doccia in divisa e a farla asciugare dal finestrino del treno. Solo George Clooney, accurato regista che ha lavorato coi Coen e si vede, nonché interprete con verve senza tempo sotto l’elmetto di cuoio (<Si ha l’età delle donne con cui si esce> dice il suo personaggio), poteva riuscire a trarre da un soggetto tanto impossibile una pellicola tanto brillante. Solo Renée Zellweger, cronista ficcanaso con piuma di fagiano sul cappello, poteva fargli da spalla in arguti dialoghi/schermaglia su sfondo di Proibizionismo, sidecar, commissariati compiacenti, stadi in legno e alberghi dall’accogliente ventre pettegolo. Sfilano i radio days di Woody Allen, gli intrighi della palla ovale e il sempiterno bisogno yankee di eroi in divisa militare e/o sportiva. Chi apprezzò la Zellweger, scrittrice no-love alle prese col farfallone McGregor in “Abbasso l’amore”, amerà questa leziosa/deliziosa opera retrò. Gli altri ci pensino.

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permalink | inviato da annie-hall il 11/7/2008 alle 10:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa

4 luglio 2008

ItaloAmericano

Ho scoperto che posso scaricare gratis il podcast di ItaloAmericano sul mio iPod.
Da oggi i miei viaggi quotidiani da casa all'ufficio, e viceversa, hanno un senso :-)


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17 giugno 2008

Juno



Per alleggerire della verginità il fidanzato bamboccio (Michael Cera di “SuxBad”), una 16enne felpa&sneakers in look e carattere, col nome di una <dea bella e cattiva come Diana Ross>, si ritrova <mirtillo fertile>, <con la torta in forno>. E’ Ellen Page, gran talento impulsivo. Dapprima pensa di abortire, caso raro nella recente filmografia yankee dove ogni travaglio esistenziale è lecito purché non escluda quello del corpo. Poi decide di dare il baby in adozione a <una donna con le ovaie scadute o a una coppia di dolci lesbiche>, ma un’inserzione la porta in seno alla famiglia composta dalla perfettina Jennifer Garner e dall’ancora immaturo Jason Bateman. Fioccheranno l’azzurro e ogni altro colore, l’anticonformismo che non ha bisogno di esagerare, una citazione per Dario Argento e l’amore per la persona giusta <quella che pensa il sole ti splenda dal culo>. Il perfetto regista di “Thank You For Smoking” (Jason Reitman, figlio di Ivan, babbo dei Ghostbusters) e una sceneggiatrice che si è scelta il nome d’arte di Diablo, viene dallo strip e ha ottenuto l’Oscar, fanno marciare incisiva e divertente la commedia senza pretese di dramma, lezione di cinema & dialoghi e non di morale. Non la si rovini per paraculi motivi elettorali.

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16 giugno 2008

Domenica intensa

Dopo le frivolezze



la cultura



e, dopo la cultura, E. che mi dice: 'secondo me scrivi meglio tu di Paolo Giordano!'


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4 giugno 2008

Il divo

«La nostra, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta e invece è la fine del mondo. E noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato, noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa. E lo so anch' io»



Arrivano i mostri. Quelli con cui si (e ci) delizia il cinema di Paolo Sorrentino. Corpi sgraziati che ospitano menti febbrili nel subire le conseguenze dell’amore per donne e/o troni. Dopo il viscido usuraio melenso de “L’amico di famiglia”, ecco Belzebù Andreotti: curriculum e phisique du role perfetti. L’uno guardava compiaciuto i rettili in tv, l’altro si infila tartarughesco – gracile, acuto, immor(t)ale – in ogni piaga del Potere nostrano, sospettato di tutto perché ritenuto capace di tutto, devoto a un dio che ammette l’uso del Male a fin di Bene. La Verità è la grande invocata invano in questo splendido viaggio nei brutti misteri della Prima Repubblica: flusso immaginario e verista, biografia documentata o possibile. Andreotti, pedinato con vena curioso/surreale, dal suo ultimo governo (1991) all’inizio del processo di Palermo (1996), è il solito, eccelso, Toni Servillo: orecchie troppo grandi, occhio immobile mentre sibila celebri perle di cinismo. Vive e brinda a Aspirina, va a messa prestissimo (quando il suo confessore gli chiede <Quante volte?> si riferisce alle presidenze del Consiglio), serpeggia lungo i corridoi dei Palazzi e della sua vita privata, ha l’incubo di Aldo Moro. Perfetti volti somiglianti: Buccirosso/Pomicino, Bosetti/Scalfari, Bucci/Evangelisti, Colangeli/Lima, Popolizio/Sbardella. Più Anna Bonaiuto, moglie nell’ombra, e Piera Degli Esposti, segretaria tombale. Da Sorrentino, l’ennesimo capolavoro: stile, denuncia, ispirazione. Flash che invocano la coscienza e ne scolpiscono il diniego. Sceglie Renato Zero che si libera del cappuccio per poter intonare “I migliori anni della nostra vita”. Dimentica di ricordare al Divo Giulio quando bocciò il neorealismo perché <I panni sporchi si lavano in famiglia>. Non più.

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22 maggio 2008

Gomorra



Roberto Saviano, non ancora 30enne, ha venduto da noi 1.200.000 copie di “Gomorra”. Tradotto in tutto il mondo, vive sotto scorta e dibatte di censure killer con Salman Rushdie per aver mappato indirizzi e affari di camorra. Un set blindato partorisce un film che disinnesca il grilletto delle denunce del libro per farne nitida topografia umana: atmosfere da cruda fiction di malavita (nulla a che fare con la malafiction tv), romanzo criminale lucido ed efficace. Cinque storie di esecuzioni, riscossioni, apprendistati e carriere di automatica dannazione, inquinamento di vicinati e ambienti, smaltimento di rifiuti e coscienze. Nel sommerso casertano, ai cinesi serve un maestro sarto per sfornare abiti doc; due scugnizzi incoscienti capiranno atrocemente che nei casermoni di Scampia non si nasce (né si muore) col rango di Scarface. Toni Servillo, facce di Secondigliano, dialetto sottotitolato, melodie sudiste. Matteo Garrone coniuga la propria estetica coi morti ammazzati. Torna sui luoghi de “L’imbalsamatore”: sabbia che è solo rena, interni/esterni di archeologia industriale, cieli e destini di piombo. Dopo gli essiccati tormenti intimi di “Primo amore”, affronta pubblici angoli ciechi. Non è il suo film, ma lo affresca benissimo.

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21 marzo 2008

Persepolis



Stufa di sentirsi chiedere se suo padre, in Iran, girasse col cammello, Marjane Satrapi prese la matita (1999) e disegnò la propria vita in 4 albi: strepitosa graphic novel che, conquistata la Francia, sua terra d’adozione, approda al cinema: ficcante pellicola in bianco/nero – ironia e malinconia grigio/dolci con rari squarci di colore – a cui solo l’ammaliante “Ratatouille” poteva sottrarre l’Oscar come miglior film d’animazione (qui tutta tradizionale). Nobili origini, famiglia progressista, adolescenza scampata allo scià per cadere vittima di Khomeini, la Satrapi fu mandata 14enne a Vienna, dove incontrò il mondo, il proprio corpo, la nostalgia per una patria ritrovata e poi di nuovo abbandonata, oggetto di vano desiderio negli aeroporti. Doppiata da Paola Cortellesi, racconta di una commovente nonna al gelsomino, di Dio e Marx conflittuali quanto inutili, di persecuzioni, patiboli, velo. Di Abba e Pink Floyd proibiti a Teheran, punk austriaci, femminismo necessario, gay e intellettualoidi troppo convinti, razzismo strisciante stigmatizzato in strisce che non alzano mai il tono: basta lo stupore di occhioni e ideali sbarrati. Si sorride, ci si smarrisce, si impara. L’Iran ha preso male questa piccola/immensa storia universale.

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